domenica 29 gennaio 2012

Qua la mafia non c’è


“Qua la mafia non c’è”.
Mi disse fortemente  stupita  la ragazza da dietro il bancone dove stava sistemando una serie di faldoni contenenti fatture.
Avevo appena  chiesto che rapporto c’era tra l’impresa dove ero stato appena assunto, una impresa di costruzioni, e la criminalità.
“Tra l’altro in Calabria c’è la N’drangheta non la mafia” pensavo.
L’impresa di costruzioni dove lavoravo in quel momento era un impresa con circa 40 operai e una serie di appalti, alcuni piccoli come restauri di opere pubbliche e asfaltature di tratti di strade ad alcuni più grossi come tratti della Salerno Reggio Calabria.


Il proprietario possedeva diverse macchine tra cui una Porsche e  un gigantesco Suv   Mercedes di cui ignoravo l’esistenza.
Appena laureato in ingegneria avevo lavorato quasi 5 in Veneto e ad un certo punto, a 31 anni avevo deciso di ritornare in Calabria dov’ero nato.  La mia fidanzata abitava là.
 Avevo letto un annuncio su internet  ed avevo richiesto un colloquio.
Il paesino dove feci il colloquio sembrava uscito dagli anni cinquanta, 200 abitanti e quasi nessuna macchina in giro. A cinque chilometri da una strada statale sulle colline.
Il palazzo dove avevo appuntamento prendeva il nome della via dove si trovava,  vi erano sia gli uffici dell’impresa, che l’abitazione del proprietario al piano inferiore.
Il signore che mi fece il colloquio aveva passato i quaranta, indossava un completo gessato e per quasi tutta la durata costruì un monologo esaltando la propria impresa di costruzione, chiedendo serietà sul lavoro e chiedendomi quando guadagnavo. In quel momento, in Veneto, avevo un contratto a tempo indeterminato e guadagnavo  960 euro al mese, mi disse che potevo guadagnare sui 1300 euro che inizialmente mi avrebbe fatto un “contratto breve”
che sarebbe potuto divenire contratto a tempo indeterminato, mi disse anche che avrei dovuto lavorare sodo che non c’erano orari di ufficio.
“Siamo un impresa seria e cerchiamo persone serie , se un giorno chi lavora con me mi chiama e mi dice che ha bucato una gomma non succede niente ma se a distanza di poco tempo mi richiama dicendo  che ha di nuovo bucato la gomma  non lavorerà più con me.
“Mi impegnerò” dissi.
“Tu sei abituato ad avere orari di ufficio, qua non abbiamo orari d’ufficio “
Era il 2007  e accettai, la crisi mondiale era lontana di un anno e d ero desideroso  di ritornare a casa e fare nuove esperienze
Dopo quindici giorni ero ritornato  in Calabria, telefonai  e chiesi l’orario al quale avrei iniziato il lunedì successivo. Mi disse di presentarmi alle sei di mattina.
La settimana successiva iniziò il lavoro parte in ufficio e parte in cantiere, si trattava di redigere su carta dei rapportini dei vari team di lavoro sui vari cantieri e inserirli in un programma gestionale.  Ero  abituato a lavorare in una azienda del nord dove avevo un badge , degli orari,  uno stipendio che mi veniva accredidato sul mio conto corrente a fine mese e una pausa mensa dalle 12.45 alle 14.00. Normalità, insomma.
Mi era chiesto di iniziare alle 06.00 di mattina, andare in cantiere, controllare gli operai e ritornare in ufficio.
Alle 16.15 ritornare in cantiere, attendere l’arrivo di tutti gli operari redigere i rapportini. Verso le 18.00 ritornare in ufficio e restarci fin verso le 20.00. il venerdì venni sapere che dovevo lavorare anche  di sabato. 
Prima di me una decina di persone avevano lavorato al posto mio in circa due anni il che non mi rincuorava di certo.
A fine mese venni pagato in contanti direttamente dal proprietario che faceva dei calcoli sconosciuti guardando un calendario.
Mi diede 1170 euro in contanti. Avevo iniziato il 5 del mese.
Quando vennero pagati gli operari sentii  parlare per la prima volta di  contante “fuori busta”.
Era un premio per alcuni straordinari.
Vi erano alcuni operari entrati da poco.
Due operai lavoravano lì da un mese, erano ritornati anche loro in Calabria. Fino al mese scorso lavoravano a Bologna e mancavano pochi anni alla pensione.
Un giorno uno di loro quasi in lacrime mi disse che si era pentito di aver preso quella decisione.

Quella che era inizialmente la mia pausa pranzo venne trasformata in un momento per sbrigare commissioni.
Un giorno venni mandato in una banca di  un piccolo paesino a ritirare un libretto di assegni e depositare una busta chiusa. Arrivato lì, scoprii che nella busta c’era denaro contante sotto la sguardo un po’ incredulo del banchiere.
“Stia attento con queste somme” mi disse
Alcuni giorni mi veniva dato un sacchetto nero della spazzatura al cui interno vi erano delle buste.
La signora, moglie del proprietario  mi disse che dovevo andare in cantiere e bruciarle, chiesi perché, cosa conteneva e lei mi rispose:
-“ Per la privacy”. 
Un giorno mentre redigevo i rapportini, venne il turno di  un team formato da due persone che quel giorno si doveva occupare di iniziare i lavori di asfaltatura di un tratto di strada. Mi dissero che quel giorno non avevano lavorato, uno dei due disse:
-“Dì al capo che gli amici hanno detto che prima di iniziare i lavori deve parlare con loro”
-  “Chi sono gli amici?” chiesi
“Tu digli così lui capirà”
Telefonai e riferii il messaggio tra lo stupito e confesso anche un po’ divertito dalla strana situazione.
Il cantiere, formato in parte da un capannone con un parco mezzi pesanti era inizialmente condiviso anche  dall’altro fratello del capo, proprietario di un'altra impresa edile.
Un giorno il capo venne in cantiere concitato, mi disse di chiudere il cancello esterno e di non fare entrare nessun mezzo  che non fosse di sua proprietà e se ne andò.
Chiusi il cancello.
Dopo un po’ venni sorpreso dalle grida di qualcuno.
Era un vecchio oltre il cancello.
“Apri il cancello” Gridò
Entrò nel cantiere, raccolse un badile e lo agitò in aria gridando
“Vai via, via da qui”
Salii sulla mia macchina di corsa e ritornai gli uffici.
Il vecchio era il padre e difendeva l’altro fratello che era stato cacciato dal cantiere per qualche motivo.
“Stai tranquillo, non è successo niente” mi disse la ragazza che lavorava in ufficio.
A fine mese (erano quasi due  mesi che lavoravo là) venni chiamato nell’ufficio del capo.
Venni pagato in contanti anche se il mese non era finito .
C’era una sorta di chiusura invernale. Era dicembre.
“Quando dovrò ricominciare a lavorare?” Chiesi
“Ti richiamerò io” mi disse
Non venni più richiamato.
Questa è la Calabria.
Questa è l’Italia.
Dopo tre mesi trovai lavoro in una multinazionale nel Lazio, dove lavoro tutt’ora.
Penso che di esperienze come la mia ce ne siano tantissime.
Oggi nel 2012 quando sento parlare di spread, evasione fiscale, rischio default,
ripenso a quella  ragazza che, dietro il bancone mi diceva
“Qua la mafia non c’è”.

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